Ho deciso di portare la mia arte, che non è altro che la mia forma di vita, fuori. Fuori dalle tele. Al di là delle frontiere percepibili. Negli ambienti, nei paesaggi, nei contesti. Voglio che interagisca, che sia, che proietti. E non è in contraddizione con quello che scrissi tempo fa: ci sono momenti di creazione intimi, in cui creare somiglia allo stare dentro a un'incubatrice. Sono vitali, necessari, fatti si silenzio, attesa, raccoglimento. A volte pare di nascere, altre di morire e spesso sono esperienze di vertigine che hanno significato insieme. Ecco, quelle fasi sono una parte di me. Io sono anche quello: ho lo sguardo terribilmente rivolto all'interno,lavoro dentro. Sono una minatrice, con la passione divorante delle profondità e degli abissi. Innamorata del buio, perché è solo di notte che il pensiero della luce si trasforma. Diventa visione sostanziale. Ma dopo l'immersione nella camera oscura,campo di gravitazione, campo di meditazione , ho l'urgenza di qualcosa di luminescente, di riemergere,di comunicare quel mare che ho dentro, liquido denso,nostro coraggio. Ho bisogno dei fiori nei campi, dell'aurora, di tenere sorgenti d'amore. Le performance per me sono questo: uno scambio, un modo di comunicare: con me stessa,con una sola persona o con un pubblico intero. Incontro di misteri. Voglio il piacere dello straordinario. Concentrazione, Intensità, Delicatezza, Emozione. Dono di mondi fino ad allora inconoscibili, vastità impersonale. Esistono infiniti specchi. Voglio sentire totalmente, cose vissute, sotto altri ricordi e altre forme. La mia identità mai fu separata dagli altri corpi. Confondermi, affrontare istinti,abbandonarmi davvero al fluire della vita e all'inferno-splendore dell'amore.