L'arte che salva, prossimità all'ignoto che sentiamo in noi stessi. 

Mi giudicavo tantissimo. Non un briciolo di tenerezza verso me stessa, non un complimento, mai dolcezza.  Avevo dei pregiudizi terribili: non mi vedevo piacente, non mi sentivo intelligente o interessante. Queste la mia adolescenza e la mia giovinezza. 

Allora mi sono cercata per anni nell’oblio, nell'autodistruzione: nell’alcol che brucia, cancella, nella morfina che addormenta il dolore, nelle dipendenze affettive che mi consumavano come febbre, in un amore che non era amore ma manipolazione ,controllo, un recinto travestito da abbraccio. Perché? Perché scappavo. Scappavo dalla mia profondità, dalla mia sensibilità acuta, lacerata, drammatica.

Scappavo da quella parte di me che vede troppo, sente troppo. E allora mi dissolvevo. 

Dov'era il mio sinonimo nella vita? Come potevo pretendere amore se non ero in grado di amarmi? Come potevo amare qualsiasi altro essere?

Ma la fuga è solo un altro modo di precipitare.

Cerco di perdonarmi, cerco di incontrarmi.

La pittura è la mia alfabetizzazione emotiva. Ne ho bisogno come di un modo di amarmi, padrona per la prima volta della mia realtà interiore, è come cercare di ricordare la bellezza dell'infanzia. Perdono. Specchio. La prima grammatica capace di contenere ciò che sono senza giudicarmi, senza chiedermi di essere meno, senza chiedermi di essere più forte, più stabile, più “normale”.

"Normale..." Avevo sedici anni e un fidanzatino. Mi piaceva tanto. Lo guardavo e vedevo qualcosa di diverso negli occhi, mi sentivo fortunata.  Aveva scelto me. Aveva un nome di origine greca: per me era un piccolo sapiente, un adolescente con l’aria di chi porta sulle spalle un mondo.

Gli parlavo del mio universo ,delle mie galassie interiori, dei pianeti, dello spazio che mi abitava più del mio stesso corpo. Lui ascoltava e non capiva. Mi guardava come si guarda una creatura strana. Poi se ne andò. Semplicemente. Senza spiegazioni. E io rimasi con me stessa. Con il mio cielo troppo grande. Con un vuoto che a quell’età è un destino.  Da allora è stato così: nelle figure maschili cercavo approvazione, mi modellavo, mi piegavo, mi stringevo pur di non perdere nessuno. Non avevo ancora il coraggio di essere me stessa. Poi conobbi un tipo poco più grande di me. Uno storico abbastanza conosciuto dalle mie parti. Quando decise di uscire con me, mi sembrò di toccare il cielo. Mi illudevo che il suo sguardo potesse guarire il mio. Anche lui se ne andò. E io rimasi con quella sensazione addosso: usata, manipolata, sempre un po’ meno viva.

Le sostanze tornavano a darmi respiro e a farmi rischiare ogni giorno la vita. E per molto tempo è andata così: mi nascondevo dietro a uomini che non mi vedevano. Ho continuato a distruggermi per molto. Oggi no.

Oggi nasco da me stessa. E se sto sola, è una solitudine che mi custodisce.

La pittura, l'arte, sono un percorso, l'accettazione e la trasformazione di un passato.

Luce accesa che trasfigura tutto.

Alchimista di me stessa: è in me il mio destino, non determinato esteriormente.

Viviamo in una cultura che ci insegna dati, tecniche, informazioni — e io, per certi aspetti, la amo. Ma sono pochi i luoghi in cui qualcuno ti prende per mano e ti dice: “Andiamo al fondo. Al fondo di te. Al fondo delle cose.”

Ho conosciuto nei villaggi ugandesi persone che non avevano studiato, che parlavano un inglese incerto, eppure erano andate più lontano nelle realtà essenziali  di molti accademici e filosofi occidentali.  Conoscenza che non si legge, si vive. Profondità vera. 

E allora ho capito.

Io dipingo come forma di vita, come rivoluzione, riscatto. Cerco il mio caos primitivo. Dipingo per non perdermi. Dipingo per non tradire quella parte di me che sente troppo. Dipingo per restare fedele alla mia ferita e alla mia luce. Dipingo perché è l’unico modo che ho per dire la verità. 

La pittura è il mio sogno nitido e inspiegabile, sogno ad occhi aperti.

Lascio affiorare la ricca oscurità in me.

E mentre dipingo, mentre mi incontro, sento una cosa: non voglio che questo racconto sembri un lamento o una morale. Non voglio lasciare insegnamenti, non voglio essere un esempio. Non lo sono. Sono io che ho fatto le mie scelte.  Potevo reagire diversamente, potevo salvarmi prima, potevo ascoltarmi prima. Non l’ho fatto.

Questo percorso è un invito a guardarci dentro, forse un invito anche al silenzio, in questo mondo così rumoroso. L'interno è una delle cose più belle e strane del mondo.