Ho amato la filosofia. La amo ancora follemente. La amerò sempre. Ho un’ossessione per i filosofi: non li ho mai percepiti come autori lontani, ma come compagni fraterni, presenze che mi hanno accompagnata nelle notti più lunghe e più formative della mia vita.     Per anni ho passato intere notti a leggere.  La filosofia era il mio respiro, la mia febbre, la mia prima forma di preghiera.   Scoprii per caso — prima ancora di studiarla a scuola — l’Apologia di Socrate. Lessi quelle pagine,piansi di commozione. Per giorni camminai con la sensazione di essermi riconosciuta in qualcosa di necessario, come se un frammento della mia anima avesse trovato la sua forma.

Quando ero al liceo vinsi un concorso di filosofia.  Lo porto nel cuore come uno dei momenti più alti della mia vita, perché qualcuno vide in me ciò che io avevo sempre sentito,che la filosofia non era un interesse, ma una vocazione. Questa vocazione non mi ha mai lasciata. È entrata nei miei studi, nei miei gesti, nel modo in cui guardo i corpi e ascolto il dolore. È entrata soprattutto nei miei dipinti. Nel mio quadro Talete, il primo filosofo, c’era già tutto: l’acqua come principio, la meraviglia originaria, la nascita del pensiero che si fa mondo. Nel Guaritore ferito, invece, è tornata la mia lettura più intima: la filosofia come cura che passa attraverso la ferita, come sapere che non guarisce ma trasforma.

E se oggi studio medicina è perché so  che fino a non troppo tempo fa la figura del medico era un tutt’uno col filosofo. Ippocrate non ci ha lasciato solo tecnica terapeutica: il suo era un movimento spirituale, un modo di stare nel mondo, un’arte che univa corpo, anima e destino. Io appartengo a quella genealogia. Io vengo da lì. I filosofi continuano a tornare nelle mie tele come ombre, come antenati. Sono la mia genealogia segreta. Sono la parte di me che non smetterà mai di cercare/creare/curare.